Scrivere una storia di frontiera significa collegare costantemente contesti differenti, che mutano nel corso del tempo. Nelle terre alto-adriatiche si sovrappongono mondo latino, germanico, slavo, ungherese e l’Oltremare. Quella dal Livenza al Quarnaro è un’area plurale, che tante volte nei secoli ha cambiato nome e che ha visto coabitare e scontrarsi popoli diversi, che hanno lasciato eredità e memorie variegate. Anche la storia pertanto non può appiattirsi in narrazioni unilaterali ma deve farsi a sua volta plurale.
Preistoria e protostoria occupano un tempo lunghissimo, dal 450.000 al primo millennio a.C. Nel corso dei millenni mutano il clima e gli ambienti e gli esseri umani devono adattarsi a nuove condizioni. Dopo l’Homo Herectus compaiono i Neanderthal ed infine trionfano i Sapiens. Un momento di svolta, in epoca neolitica, è l’introduzione dell’agricoltura e dell’allevamento, condizioni base per la sedentarietà appena raggiunta. Per millenni i ripari preferiti dagli umani sono le grotte, ma verso il 1.600 a.C. compaiono i castellieri, villaggi protetti da formidabili cinte di mura in pietra. Durante l’età del Ferro si distinguono i primi popoli: Istri, Liburni, Illiri, Giapidi.
Data fondamentale per la romanizzazione del Caput Adriae è quella del 181 a.C., fondazione di Aquileia, seguita poi da altre città come Tergeste, Julium Carnicum, Forum Julii, Pola, Tarsatica. Le città sono le sedi del potere ed organizzano i propri agri mediante la centuriazione. In epoca augustea viene creata la X regio Venetia et Histria, i cui limiti arriveranno a comprendere anche la conca di Emona. Di fronte alle prime invasioni barbariche vengono costruite le fortificazioni dei Claustra Alpium Iuliarum, ma la regione viene comunque travolta. Nel 452 d.C. Attila saccheggia Aquileia, segnando simbolicamente il crollo del sistema imperiale nelle province orientali d’Italia.
Le invasioni barbariche sconvolgono la X regio. Le città vengono cancellate da tutto il Friuli, spariscono le strade, le campagne s’impaludano o si coprono di foreste. Chi può fugge sui cordoni lagunari, come a Grado. Il tessuto urbano resiste lungo le coste istriane, a lungo controllate da Bisanzio. Venuto meno ogni potere centrale, durante e dopo le ultime ondate di scorrerie, quelle degli Ungari, il territorio friulano si popola di castelli. Nasce la nuova società feudale all’insegna della frammentazione e della sovrapposizione di poteri.
Il nuovo millennio vede una generale ripresa delle coltivazioni, dei commerci e dell’urbanesimo. Protagonista politico dei primi secoli è il Patriarcato di Aquileia, principato ecclesiastico esteso dal Friuli all’Istria. Le città costiera istriane vivono la stagione comunale, ma devono progressivamente accettare il dominio di Venezia ad eccezione di Trieste e Fiume, che vanno invece agli Asburgo. Fiorisce anche la contea di Gorizia, ma sia il Patriarcato che i conti di Gorizia finiscono schiacciati fra Venezia e gli Asburgo.
Durante l’età moderna l’area alto-adriatica è divisa tra Venezia e l’Austria, fra le quali scoppiano frequenti conflitti. Guerre e pestilenze determinano un collasso demografico. Per ripopolare l’Istria entrambi gli Stati fanno affluire coloni dai Balcani. Per Venezia l’Istria ha un’importanza strategica vitale, mentre la contea di Pisino rimane per gli Asburgo una periferia semiabbandonata. Sia il Friuli veneto che il Goriziano asburgico vedono lo scoppio di sanguinose rivolte contadine.
Agli inizi del Settecento l’Austria interviene da protagonista nei traffici mediterranei. Per farlo crea i porti franchi di Trieste e Fiume. Trieste in particolare si trasforma in un grande emporio cosmopolita, grazie anche ad una politica di tolleranza religiosa. L’età rivoluzionaria e la fine della Repubblica di Venezia inizialmente favoriscono i porti austriaci, ma il loro inserimento nelle Province Illiriche napoleoniche invece li pone in crisi.
L’Ottocento per gli italiani è il secolo del Risorgimento, ma alla frontiera adriatica la storia non è affatto lineare e le nuove identità nazionali ci mettono molti decenni ad affermarsi, perché forti sono le tradizioni cosmopolite ed autonomiste.
Poi però i processi di nazionalizzazione parallela competitiva lacerano le società locali e generano radicali avversioni. Mentre sotto il profilo economico Trieste vive i suoi anni d’oro, in città come in Istria i più radicali fra i patrioti italiani danno vita al movimento irredentista.
La Grande guerra ha un impatto traumatico sulle terre di frontiera. Dopo le devastazioni e i lutti, arrivano la crisi economica e l’instabilità politica, aggravata dal trascinarsi della questione confinaria, conclusa appena nel 1924. Trionfa il “fascismo di confine” che, trasformatosi in regime, opprime duramente le minoranze slovena e croata. Conati di ribellione, duramente repressi, arrivano dal movimento rivoluzionario TIGR. Alla fine degli anni Trenta scoppia anche la persecuzione contro gli ebrei, che colpisce in particolare Trieste e Fiume.
La Seconda guerra mondiale fa della regione un laboratorio d’ogni tipo di violenze. Durante le occupazioni in Jugoslavia le truppe italiane usano metodi repressivi assi duri. Nella Zona di operazioni Litorale Adriatico i nazisti adottano pratiche di violenza di massa di tipo industriale. Nell’autunno del 1943 in Istria e nella primavera/estate del 1945 in tutta la Venezia Giulia l’eliminazione dei “nemici del popolo” da parte dei comunisti jugoslavi porta alla morte di migliaia di italiani. A Trieste doppie sono sia insurrezioni che le liberazioni.
Il lungo dopoguerra al confine orientale si conclude solo nel 1954 con il Memorandum di Londra. Nel frattempo, in Istria il regime comunista jugoslavo rende la vita impossibile agli italiani, che esodano in massa. Gorizia torna all’Italia nel 1947, mentre Trieste sotto amministrazione militare anglo-americana vive anni di intensi conflitti nazionali e politici, che infiammano l’opinione pubblica in tutto il Paese, fino alla “seconda redenzione” del 26 ottobre 1954.
Dopo decenni di conflitti fra italiani e slavi del sud, gli anni ’60 e ’70 del Novecento vedono una distensione dei rapporti che conduce anche a forme di collaborazione. La “normalizzazione adriatica” ha il suo culmine sul piano diplomatico nel Trattato di Osimo del 1975. Quella istituzionale vede già nel 1963 la nascita della Regione autonoma Friuli – Venezia Giulia. Sul territorio nel medesimo ventennio si sviluppano forme intense di collaborazione transfrontaliera, ma nelle terre di confine gli animi non sono ancora del tutto pacificati.
