Pp. 188-242
Dalla Grande guerra al fascismo
La Grande guerra ha un impatto traumatico sulle terre di frontiera. Dopo le devastazioni e i lutti, arrivano la crisi economica e l’instabilità politica, aggravata dal trascinarsi della questione confinaria, conclusa appena nel 1924. Trionfa il “fascismo di confine” che, trasformatosi in regime, opprime duramente le minoranze slovena e croata. Conati di ribellione, duramente repressi, arrivano dal movimento rivoluzionario TIGR. Alla fine degli anni Trenta scoppia anche la persecuzione contro gli ebrei, che colpisce in particolare Trieste e Fiume.
8.1 Fronte di guerra
Nel 1914 allo scoppio della guerra gli uomini del Litorale vengono inviati sul fronte orientale, dove subiscono pesanti perdite contro l’esercito russo. Subito i traffici nei porti di Trieste e Fiume si bloccano a causa del blocco navale anglo-francese. Con l’entrata in guerra dell’Italia nel 1915 l’Isontino diventa prima linea, subendo gravi devastazioni mentre la popolazione deve sfollare. Nelle città si soffre la fame e più tardi si diffonde l’epidemia di “spagnola”. Fra gli irredentisti, molti vanno volontari nell’esercito italiano, rischiando oltre alla morte in battaglia, l’impiccagione se catturati.
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Piero Pomiga
8.2 La “prima redenzione”
Dopo la resa austriaca, l’Italia occupa tutti i territori promessi dal Patto di Londra, instaurando amministrazioni militari in attesa delle decisioni della Conferenza di pace. Le nuove autorità avviano subito un programma di italianizzazione destinato a preparare l’annessione definitiva. Il governatore della Venezia Giulia, generale Petitti di Roreto, tenta di promuovere una politica moderata, ma si scontra con gli ambienti nazionalisti più accesi e con l’indisponibilità dei patrioti sloveni e croati. Particolarmente instabile è la situazione a Fiume, sottoposta a occupazione interalleata.
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8.3 La “vittoria mutilata”
Nonostante la vittoria nella Prima guerra mondiale, l’Italia vive il dopoguerra con un profondo senso di insoddisfazione, sintetizzato dall’espressione “vittoria mutilata”, lanciata da Gabriele D’Annunzio nel 1918. Alla Conferenza della pace l’Italia chiede simultaneamente i territori promessi dal patto di Londra per esigenze strategiche, più Fiume in nome del principio di nazionalità. La contraddizione è sfruttata dal presidente americano Wilson, contrario ad un’eccessiva espansione dell’Italia nell’Adriatico orientale. Lo stallo che ne segue genera frustrazione nell’opinione pubblica.
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8.4 L’impresa di Fiume
Gabriele D’Annunzio cerca di forzare la mano al governo italiano ed a quelli alleati, occupando nel settembre 1919 la città di Fiume alla testa di truppe ammutinate. Il governo non ha la forza di reagire, ma fallisce anche il disegno dannunziano di innescare una marcia su Roma. D’Annunzio rimarrà a Fiume sino al dicembre 1920, conducendovi sbalorditive sperimentazioni politiche ed artistiche. Verrà infine cacciato manu militari dopo la stipula del Trattato di Rapallo, che fissa il confine tra il Regno d’Italia e quello jugoslavo.
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Una lettera aperta di un poeta croato a Gabriele D’Annunzio
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Un Fiume di storie
8.5 Squadristi e rivoluzionari
Tra il 1919 e il 1920, mentre D’Annunzio calamita su di sé l’attenzione a Fiume, Mussolini rilancia il fascismo a Trieste. Le squadre organizzate da Francesco Giunta scendono in campo nel luglio 1920 incendiando il Narodni dom e poi diligano in tutta la Venezia Giulia. Da parte loro, i socialisti rivoluzionari tentano più volte di promuovere la rivoluzione, ma vengono duramente repressi. Con il 1921 è indiscutibile il successo del “fascismo di confine” e nel 1922 un colpo di Stato fascista abbatte lo Stato libero di Fiume creato dal Trattato di Rapallo.
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8.6 Dalla paralisi economica all’autarchia
Il crollo dell’Impero asburgico getta in crisi l’economia della Venezia Giulia. I sogni nazionalisti di farne il trampolino per l’espansione italiana nell’Europa centrale si rivelano fallaci. Le grandi società di assicurazioni riescono a sopravvivere ma le altre falliscono, cadono in mano al capitale italiane oppure vengono acquisite dallo Stato. Una boccata d’ossigeno arriva con l’autarchia, ma è una ripresa tutta centrata sull’imminente guerra e della guerra seguirà i destini.
8.7 Bonifica etnica e antisemitismo
Il fascismo persegue una politica di italianizzazione rapida delle terre di confine, fondata sull’assimilazione forzata di sloveni e croati che subiscono quindi una doppia oppressione: quella comune a tutti gli oppositori del regime e quella specifica destinata alle minoranze linguistiche. La politica fascista rafforza così i sentimenti anti-italiani tra sloveni e croati, identificando ai loro occhi di molti l’italianità con il fascismo. Alla fine degli anni Trenta si aggiunge la persecuzione contro gli ebrei, che colpisce soprattutto Trieste e Fiume.
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8.8 Resilienza e ribellione
Il regime disperde facilmente i piccoli nuclei di antifascisti italiani. Le comunità slovene e croate mostrano invece un alto grado di resilienza, grazie anche all’appoggio della Chiesa. Gruppi di giovani più radicali danno vita al TIGR, movimento rivoluzionario antifascista ed irredentista, che lancia una campagna di attentati contro strutture simbolo dell’oppressione italiana. Contro il TIGR vengono celebrati a Trieste due processi, nel 1930 e nel 1941, che si concludono con diverse condanne a morte.






































































